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lunedì 7 maggio 2012

MOBBING



Il Mobbing è un attacco al lavoratore nel suo ruolo, alla sua dignità e alla sua salute fisica e psichica. La parola mobbing deriva dal verbo inglese to mob, che significa accerchiare, assalire e attaccare. Per Leymann il Mobbing è “Una comunicazione ostile e non etica perpetrata in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che, a causa del mobbing, è spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa e lì costretto per mezzo di continue attività mobbizzanti. Queste azioni si verificano con una frequenza piuttosto alta (definizione statistica: almeno una volta a settimana) e per un lungo periodo di tempo (definizione statistica: una durata di almeno sei mesi). A causa dell’alta frequenza e della lunga durata, il mobbing crea seri disagi psicologici, psicosomatici e sociali.”
Il mobbing consiste in comportamenti che tendono ad isolare fisicamente il lavoratore (trasferimento in altra sede, blocco dei flussi di informazione strumentali al lavoro, privazione di attrezzature quali computer, telefono, posta ecc.); comportamenti che incidono sulle relazioni del lavoratore all’interno dell’azienda (diffusione di dicerie sulla persona,sulla famiglia e sugli amici, mancata convocazione a riunioni, esclusione da conferenze e corsi di aggiornamento ecc.); comportamenti che pregiudicano la reputazione del soggetto (ridicolizzazione, enfatizzazione negativa dei difetti personali e degli oggetti usati dalla vittima, diffusione di maldicenze ecc.);  comportamenti tendenti ad attribuire mansioni dequalificanti, umilianti, degradanti; comportamenti che revocano e non concedono periodi richiesti di ferie o permessi vari; molestie sessuali.
Non si può etichettare come mobbing una singola occasione in cui siamo stati criticati, magari anche duramente o in modo eccessivo, dal nostro capo, oppure demansionati o dequalificati. Possiamo etichettare questi accadimenti come maleducazione, villania, prepotenza, aggressività, abuso di potere. Nemmeno si può usare questo termine per pochi episodi di questo tipo (anche se i vissuti cognitivo-affettivi della “vittima” possono essere davvero molto sgradevoli ed includere ansia, disagio, tensione, ecc.).
Gli attori del mobbing sono:
      Il mobber: la persona che attua il mobbing ai danni di qualcuno. Il mobber gode di grande autostima, è aggressivo, è psicologicamente forte, mira al miglioramento della sua posizione professionale, non ha alcun timore di perdere il posto di lavoro, si sente dalla parte del giusto. Molti credono in lui, è sempre presente sul posto di lavoro, si sente superiore.
      Il mobbizzato: colui che subisce il mobbing, quindi la vittima. Non ha più fiducia in se stesso, è sulla difensiva, è psicologicamente debole, teme di venir sempre più demansionato, dequalificato o di essere diventato meno competitivo, teme di perdere il posto di lavoro, si sente vittima di un’ingiustizia. Molti pensano che soffre di manie di persecuzione, è spesso assente per malattia, si sente inferiore.
      Il side-mobber o co-mobber: gli spettatori dell’azione psicosociale, che si svolge sotto i loro occhi e, a volte, anche grazie alla loro complicità (lecchino, ipocrita,ecc).

Perché si possa parlare di Mobbing, ci deve essere da parte dell’aggressore un chiaro scopo negativo nei confronti della vittima. Tutte le azioni compiute dal mobber sono finalizzate a diversi scopi: allontanamento della vittima dal mondo del lavoro non solo fisico ma anche psicologico, trasferimento in un’altra sede, licenziamento, prepensionamento o pensionamento, ricovero in cliniche psichiatriche, in casi più gravi all’omicidio del mobber e/o suicidio del mobbizzato.
Molteplici sono le motivazioni che possono indurre una persona ad assumere il ruolo di mobber : fare carriera a tutti i costi, paura di perdere il proprio lavoro, posizione raggiunta, timore di essere superato da un collega, invidia nei suoi confronti,  semplice antipatia, presunta autodifesa ( l’azione mobbizzante può non venir riconosciuta come tale dal mobber stesso).
Nel mobbing è ben chiaro e percepibile un dislivello di potere tra mobber e mobbizzato, con la conseguenza che la vittima viene a trovarsi sempre in una posizione di svantaggio.
Il mobbizzato diviene vulnerabile psicologicamente e fisicamente. Comincia a rispondere con reazioni psichiche, fisiche e comportamentali spesso inadeguate ad affrontare la situazione. Spesso è incapace di fronteggiare il mobber e di reagire alle sue azioni con modalità adeguate.
L’attacco del mobber ha un obiettivo preciso, che può essere vario, ma comunque negativo nei confronti della vittima. Ha il fattore tempo dalla sua parte: può preparare e pianificare le sue azioni con largo anticipo e a lungo termine. La vittima, viceversa, spesso è colta di sorpresa e lasciata senza il tempo e la possibilità di prepararsi al conflitto. A ciò si aggiunge il fatto che la vittima di Mobbing è sola, mentre l’aggressore riesce quasi sempre  ad assicurarsi alleati e complici. Conseguentemente la vittima subisce tutta la violenza e l’energia distruttiva dello scontro, mentre l’aggressore può dividere le sue forze e quindi consuma meno energia per portare avanti il conflitto. Inoltre per la vittima è molto più stancante dover lottare contro molte persone invece di potersi concentrare su un unico aggressore.

Il Mobbing per definizione è un fenomeno che avviene solo sul posto di lavoro, tuttavia è un disagio che può ripercuotersi anche gravemente  in ogni aspetto della vita del mobbizzato, primo tra tutti la vita privata e famigliare. In quest’ultimo caso possono verificarsi conflitti e problemi anche dirompenti in famiglia che hanno come radice i problemi sul posto di lavoro. Siamo di fronte a quel fenomeno denominato DOPPIO-MOBBING: da una iniziale reazione di sostegno morale e profonda comprensione della famiglia nei confronti del mobbizzato, si passa ad un atteggiamento di disinteresse, dovuto ad un senso di stanchezza ed esasperazione dei familiari di fronte al fatto che il loro congiunto mobbizzato non fa che riversare continuamente su di loro la carica di negatività che accumula sul lavoro. Questa progressiva indifferenza a lungo andare si trasforma in vera e propria ostilità, quando la famiglia comincia a vedere seriamente minacciata la propria integrità e serenità dalla vittima di Mobbing e reagisce di conseguenza in una sorta di contrattacco (sei tu il vero problema, non gli altri). Il mobbizzato si ritrova così doppiamente attaccato, sul lavoro e in famiglia (da qui doppio-mobbing), coinvolto in una spirale di negatività che può avere effetti anche drammatici come separazioni coniugali, fughe da casa, profonde crisi personali, con esiti purtroppo anche tragici.
La frequenza con cui si verificano le azioni ostili è un criterio molto importante, perché mette in luce la differenza tra un singolo atto di ostilità e un conflitto persistente e persecutorio come il Mobbing. Si può affermare che il parametro della frequenza deve indicare una cadenza delle azioni ostili almeno di alcune volte al mese con l’eccezione della situazione in cui è presente  una singola azione ostile, ma le conseguenze che ne derivano sono assolutamente durature e, a lungo termine, e la percezione che la persona ha di questa azione è tutt’altro che passeggera.


Per definire una situazione di disagio lavorativo come mobbing il periodo vessatorio deve durare più di sei mesi. Il limite dei 6 mesi di Leymann si può accettare con la precisazione però che lo stesso può essere anche minore, se gli attacchi sono stati particolarmente frequenti e pesanti. Si tratta di quei particolari casi definiti Quick Mobbing (Ege, 2002). Il quick mobbing ha una durata compresa tra i 3 e i 6 mesi, con frequenza quotidiana di attacchi diretti contro più aspetti della vita privata e professionale della vittima (rientranti in almeno 3 delle categorie di Leymann, 1996).
Gli attacchi del mobber sono diretti a vari livelli della vita professionale, sociale e intima della vittima. Leymann (1996) elaborò una lista di azioni ostili suddivise in 5 categorie:
      1. Attacchi ai contatti umani: limitazioni alle  possibilità di espressione, sguardi e gesti minacciosi.
   2. Isolamento sistematico: trasferimento della vittima in un luogo di lavoro isolato, comportamenti di evitamento.
   3. Cambiamenti nelle mansioni : revoca delle mansioni da svolgere, assegnazione di lavori senza senso, nocivi o al di sotto delle capacità della vittima.
   4. Attacchi contro la reputazione: calunnie, pettegolezzi, turpiloquio, valutazione sbagliata o umiliante delle sue prestazioni.
      5. Violenza e minacce di violenza: minacce o atti di violenza fisica.

La distinzione in categorie ci permette dunque di valutare quali e quanti settori sono stati colpiti dal Mobbing. Si può parlare di Mobbing se la vittima indica di aver subito situazioni riconducibili ad almeno due delle cinque categorie. 

   Film consigliato: Mi piace lavorare


Italia, 2003, Drammatico, durata 89'. Regia di Francesca Comencini, con Nicoletta Braschi, Camille Dugay Comencini, Stefano colace, Marian Serban






                                 Dott.ssa Rita Manzo



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